"Non ho partecipato al voto perché questo Dpef non garantisce il welfare". Paolo Ferrero, l'unico ministro di Rifondazione dell'esecutivo Prodi, si dissocia dal governo. Con un gesto eclatante, decide di non votare il Documento di programmazione economica e finanziaria. "Ma non chiudo qui la partita. Propongo che ci sia un'ampia discussione in sede di Finanziaria".
Il suo non- voto ha un evidente significato politico, però.
"Certo che si".
Può incrinare la coalizione, non crede?
"No, perché non è un voto contrario. Diciamo che serve a segnalare che ci sono problemi aperti e che non è chiara la loro soluzione. Per esempio: che ne sarà delle pensioni? cosa del pubblico impiego? E chi paga, alla fine, per una manovra così corposa? Nessuno lo sa, al momento".
Ne avrete discusso, in seno al Consiglio dei ministri...
"Si è discusso moltissimo, mica era il solo a porre questi problemi. Ma le risposte sono sempre state per forza di cose generiche, perché il Dpef è solo uno scenario, una cornice".
Chi erano gli altri ministri perplessi?
"Ho sentito diverse voci. Diciamo che c'è stata un'attenzione reale e non uno da una parte - cioè io - e il resto del governo dall'altra".
Ma poi alla fine solo lei non ha votato...
"Sì, è così, solo io ho ritenuto di fare questo gesto. Ma mi pare di poter dire che anche altri vorrebbero che in sede di Finanziaria la discussione diventi ampia e concertata".
Il suo "gesto" come è stato valutato dal resto del governo?
"Come appunto la segnalazione di un problema, la voglia di continuare un dibattito nel dettaglio. Non certo come una rottura".
E che reazioni ha avuto dal ministro Tommaso Padoa- Schioppa?
"Tra persone civili ci sono opinioni diverse, è normale. In fondo ho solo voluto sottolineare che quel testo lì non convince, così come è formulato, perché non garantisce che l'azione di risanamento, necessaria dato il grande buco lasciato dal governo Berlusconi, non avvenga sul lato delle entrate. Al contrario, lascia ampi margini perché alla fine si traduca in un taglio della spesa sociale inaccettabile per il paese".
Secondo lei, dove andrebbero trovati i soldi?
"Colpendo le grandi ricchezze e con la lotta all'evasione e all'elusione fiscale e contributiva. Serve un'azione molto decisa sugli strati sociali che si sono arricchiti alle spalle degli altri proprio durante il passato governo, non certo su chi ha già pagato".
Padoa-Schioppa ha capito il suo messaggio?
"E' una persona molto attenta e ha preso nota di tutto".
L'ha rassicurata?
"Mi è parso disponibile ma non c'è dubbio che i margini sono stretti".
A quali margini si riferisce?
"L'Europa, per esempio. Dico, ho detto: non sarà il caso di negoziare con Bruxelles un arco di tempo più lungo per attuare il risanamento?".
E che risposta ha avuto?
"Ho detto che avere più tempo è decisivo per fare un'azione seria sulle entrate, che abbia effetti duraturi. Lo capiscono tutti che la lotta all'evasione non si realizza certo in quindici giorni. Ma è evidente che se non abbiano più respiro dalla Ue, per forza la manovra si sbilancia sui tagli, sulle uscite: quelli si fanno in cinque minuti, con un tratto di penna".
Sì, ma che risposta ha avuto?
"Niente di concreto nel Dpef".
Lo ha detto anche a Padoa-Schioppa?
"Logico".
E lui?
"Pensa che questa discussione con Bruxelles sia problematica perché la Ue ci metterebbe subito sotto osservazione".
Morale?
"Morale queste cose non ritiene possibile metterle nel Documento di programmazione economica. E infatti, non ci sono. Proprio per questo, in sede di Finanziaria ci vuole una discussione ampia che garantisca l'equità sociale e veda pienamente coinvolte le organizzazioni sindacali".